Turismo e Cultura
Una viaggiatrice inglese dell'800 racconta...

Da  Janet Ross “ La Puglia nell’800” (la terra di Manfredi) Capone editore - LE - 1997

 “I campi sono estesi e divisi fra loro da rustiche pareti, innalzate più di tutto per liberarsi delle pietre abbondantissime che vi si trovano. Nessun solco per l’irrigazione delle acque; solo delle conche o fosse scavate intorno ad ogni albero di ulivo o carrubo, per riunirvi “acqua benedetta” quando piove. Assolutamente quelle campagne hanno qualcosa di selvatico, di strano, di melanconico “ qui vuos empoigne”: Comprendo che le si possa trovare monotone, per mancanza di vita umana; ma non si può non trovarle belle: Per i botanici poi è addirittura un paradiso; e Mr. Charles Lacaita credo abbia trovato parecchie nuove piante, presso la proprietà di suo padre. In aprile , quando è mezzogiorno, voi potete credere che dei pezzi di cielo siano caduti in mezzo ai vasti campi di grano, per la fioritura di miriadi di iridi blu - turchese. (...)

Vi fiorisce rigoglioso l’anemone ed abbondantemente la veccia (cicerchia); fra queste ve n’è una che fa un bellissimo effetto al sole pel suo color rubino. Amorini selvatici dappertutto, e non manca qualche orchidea. Le scille (cipolle canine), vi crescono rigogliose, ed il grazioso asfodillo si trova sempre alla base degli alberi di ulivi e di carrubi; alcune varietà, fra quei fiori, dallo stelo sino a  quattro piedi d’altezza. Vista quella campagna al chiaro di luna, voi pensate a qualche cosa di soprannaturale, di mistico; sentite il mormorio delle fronde che si muovono alla brezza del mare, e l’acuto profumo dei fiori che s’innalza sino al cielo; fiori fatti “per gli spiriti, le ombre dei morti, e per dormirci assieme!” Ah! Non mi meraviglio più che il popolo della Magna Grecia creda alle streghe e alla magia! La distesa enorme delle sue campagne; la forma fantastica dei suoi grandi alberi di ulivi e di carrube, nei cui tronchi sformati andavano a nascondersi i briganti; le innumerevoli tombe antiche, grotte, caverne e gli avanzi di antiche mura sparse per ogni dove tutto è fatto apposta per impressionare un popolo semplice ed incolto. (...)

Le masserie o fattorie, in questa parte della Puglia sono generalmente situate in punti elevati, per evitare la malaria, e sono per lo più tutte di uno stampo. Il larghissimo cortile è murato tutt’intorno; da una parte una lunga tettoia, in muratura s’intende, per evitare i bovi con mangiatoie divise per ciascun animale. In ciascuna di queste mangiatoie c’è un fondo di maiolica che il massaro delle bestie, ha cura ogni giorno di pulire. In fondo a questa lunga tettoia, un’arcata mette in uno stanzone a volta, con dei banchi di pietra tutt’ in giro, che servono di letto ai pastori; e nel centro un gran rialzo di pietra, dove bruciano fascine d’ulivo, e dove la massara prepara la minestra. (...)

A tergo della masseria di Leucaspide, corre la così detta gravina di Leucaspide, profonda, selvaggia, pittoresca; alcune di quelle rocce, coperte letteralmente da rosmarino, mirto, lentischio dai fiori rossi, che sembra abbia i rami macchiati di sangue. Alberi di peri e di ulivi selvatici vi sono abbondantissimi, insieme al plumoso Pinus Maritimus e all’elce.(...)

Se incontrate uno di quei pastori, che guida il gregge facendosi a fatica largo tra i cespugli, egli comincia prima col farvi una smorfia, e poi dice “salute” (salve); al che immediatamente tien dietro un torrente di parole incomprensibili in dialetto, che ripete in tuono acutissimo a misura che si accorge che voi non lo capite.(...)

Il massaro delle pecore, ovvero il pastore, fa col latte una specie di quagliata asciutta, che si chiama ricotta e che diventa delizxiosa mischiata col miele. Io credo che meriterebbe le lodi di un poeta. La ricotta marzotica, fatta nel marzo e salata, si mantiene benissimo sino all’estate, e rassomiglia un poco ai piccoli formaggi di Normandia.(...)

La domenica e gli altri giorni festivi veniva immancabilmente  un prete da Massafra insieme ad un ragazzo, tutti e due montati sopra un asinello, per dire messa nella piccola cappella di Leucaspide, accanto al grande piazzale per la trebbia.(...) Vito Antòn, il guardiano, serviva sempre la messa con una grande pistola infilata nella cintura, di dietro, e costituiva certamente la persona più importante della cerimonia. (...)

 

Ciò che colpisce nel libro della giovane viaggiatrice inglese, più volte ospite di Charles Lacaita, senatore del regno e proprietario della masseria di Leucaspide, è la minuziosità con cui descrive ciò che vedono i suoi occhi. Leggendo il libro e affacciandosi in Gravina, quel fascino selvaggio e selvatico è ancora integro, intatto, così come lo sono i colori e i tipi di piante. Anche le nostra campagne, i muretti a secco, nonostante la modernità, sembrano immutate. I sapori, forse più rari, si possono ancora trovare in qualche masseria. Emoziona e commuove leggere di Statte, dei suoi contadini di Leucaspide, della Gravina, della raccolta del grano, dei balli nell’aia, del servizio mai servile dei coloni, della dignità e della possanza dei nostri antenati. La descrizione dei dolmen, degli insediamenti rupestri... Tutto questo è ancora visibile e apprezzabile. Tutto questo è Statte e fa parte della sua storia.

Dolores Palantoni






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