Le pendici
estreme della Murgia meridionale
giungono sino al mare a partire dal punto su cui oggi sorge il porto di Taranto
ed ove un tempo v’era lo “scoglio del tonno” con i suoi insediamenti
neolitici. Il terreno si inerpica
gradualmente, ma costantemente, sino a ricongiungersi con il sistema collinare della Murgia.
Un
territorio fortemente segnato dalla storia sia quella naturale che quella
umana.
Antichi
fiumi hanno scavato solchi profondi: le
gravine i burroni , i puli e le lame,
determinando un paesaggio aspro e rigoglioso.
Poi i
fiumi sono scomparsi, inghiottiti dalla natura carsica del suolo lasciando un
sistema intricato di grotte e di anfratti. Alcuni di essi riemergono a poca
distanza dal mare, sul Mar Piccolo come il Galeso ed il Cervaro, o sulla costa
come il Tara, il Lenne, il Lato. Molte sorgenti sboccano direttamente sul fondo
del mare determinando il fenomeno dei Citri:
polle di acqua dolce nel salatissimo Ionio.
Su quei primi contrafforti, pochi chilometri a nord di Taranto , a
140-160 metri di altitudine, proprio al limitare della Murgia Tarentina, come a
voler permettere un salto dal piano alla collina, sorge Statte, che con una
popolazione di poco superiore ai 15.000 abitanti ed un territorio di circa 65
Kmq è l’ ultimo nato tra i comuni della provincia ionica. Ha infatti raggiunto la sua autonomia
amministrativa solo dal 1993.
Un
comune di giovane età, quindi, ma che
insiste su un territorio ricco di una storia antichissima essendo il punto di
congiunzione tra la costa ed il sistema collinare.
Ed è il
mare, infatti a dominare il paesaggio di questo territorio. Il mare riempie la
vista dello spettatore che rivolto a mezzogiorno, mira a sinistra la città , la sua isola ed i suoi
ponti e, verso occidente, la curvatura dell’ampio golfo sormontata in
lontananza, nelle giornate più nitide e
terse del vento di maestrale, dalle sagome definite ed imponenti delle montagne della Basilicata e della
Calabria.
In epoche
preistoriche, inoltre, il mare giungeva sin qui. Nel corso delle ere
geologiche, più volte è mutato il livello del mare e di conseguenza
l’altitudine di queste terre: le rocce tufacee, su cui la cittadina si erge,
contengono numerosi fossili che testimoniano
come questo territorio in epoche lontane
facesse parte del fondo del mare.
Ancora
il mare vicinissimo ha scavato con la sua forza erosiva le prime
caverne che in seguito hanno ospitato
l’uomo. Nella grotta S. Angelo le pareti appaiono costellate dai fori
lasciati dai litodomi.
L’acqua
caratterizza la storia di questo
territorio, ritiratosi il mare, numerosi
corsi d’acqua hanno scavato profonde fenditure nel suolo: le gravine, che scomparsi i fiumi, sono
diventate il luogo ideale per una grande
varietà di esemplari della flora e della fauna, grazie alla presenza
preziosa dell’acqua che nella Puglia sitibonda si era fatta
scarsa e rara.
Ancora
oggi, grazie al parziale isolamento di cui le gravine godono, qui si conserva
gran parte della rigogliosa varietà della macchia mediterranea.
Bacche e
frutti spontanei, le essenze odorose del timo, del mirto, del cappero, del
rosmarino e le numerose varietà di
orchidee selvatiche, alcune delle quali specifiche di queste zone, le verdi
foglie dell’acanto, con cui gli antichi greci ornavano le fronti dei vincitori
nelle gare sportive.
Lungo i
costoni rocciosi delle gravine trovarono rifugio uccelli rapaci, stanziali e migratori.
Nel
sistema delle grotte si ripararono numerose specie animali, molte delle quali
oggi scomparse ed infine, vi si insediò
l’uomo.
L’uomo,
frutto di questa storia naturale, cominciò ad interagire con il territorio
trasformandolo, scavando nella roccia, sufficientemente tenera per essere
lavorata ed adattata, ma abbastanza tenace
per essere un sicuro riparo.
I primi insediamenti umani nelle Murgia furono
molto antichi. I ritrovamenti di Ostuni e di Altamura retrodatano la presenza
dell’uomo in queste terre a diverse decine di migliaia di anni .
Anche il
territorio che costituisce l’odierno comune di Statte, fu utilizzato assai presto dall’uomo. Basti
ricordare il su richiamato complesso della grotta S Angelo, un sistema
intricato di antri in parte naturali in parte modificati dall’uomo, nel quale,
gli studi condotti dalla prof. M Antonietta Gorgoglione e dal prof. Parenzan,
hanno permesso di individuare i resti di una ricca fauna preistorica, per
esempio i progenitori dell’asino, dei
nostri bovini, l’istrice, il “felis spelea”, un grande leone delle caverne che
viveva in queste regioni.
Ma qui
vennero ritrovati anche i segni delle primitive presenze umane: gli oggetti
rudimentali in selce ed in osso. Punteruoli, punte di freccia, raschiatoi.
Il
complesso per la sua ampiezza ha colpito la fantasia degli studiosi che vi si
addentrarono, ricordiamo la suggestiva descrizione che ne ha lasciato il
Parenzan : “ la grotta è paragonabile ad un girone dantesco perché con un
percorso irregolarissimo ad anello da una discesa ripida dall’ingresso, dopo
attraversate gallerie piani elevati, salette di vario tipo, in una delle quali le pareti sono perforate dai litodomi,
si emerge dopo un percorso di quasi 300 metri nell’antro di ingresso”. (2)
In questo
territorio si svilupparono le prime suggestive culture megalitiche che ci hanno lasciato misteriosi monumenti, i dolmen
( nel territorio di Statte ve ne sono due quello di Accetta Piccola e quello
della gravina Leucaspide), oggetto di
culti sepolcrali. Tali monumenti disseminati in Europa, in terre lontane ma ,
al tempo stesso vicine perché simili alle nostre, affascinarono gli archeologi
del secolo scorso che per primi li osservarono: il Viola e ed il Mosso.
A
Leucaspide, alla fine dell’Ottocento, una singolare viaggiatrice, l’inglese
Janet Ross fu ospite nella masseria
sulla gravina, di proprietà di sir James
Lacaita misterioso gentiluomo italo
inglese , patriota e senatore del regno d’Italia, con fama di avventuriero, sospettato di essere agente segreto della corona inglese. Il figlio di sir James, Charles fu un valente
botanico che condusse importanti studi sulla flora autoctona delle gravine e
sulle sue particolarità. La gran parte
dei suoi studi sono tuttora disponibili presso il British Museum di Londra.
La
gentildonna inglese compì alla fine del secolo scorso un viaggio ritenuto pericoloso
nella terra di Puglia, nel Mezzogiorno d’Italia, terra di briganti, tant’è vero
che, essa scrive nella premessa del suo testo:
“i miei amici di Firenze mi consigliavano insistentemente di non portare
orecchini, fermagli ed orologi d’oro,.....”. (3) Come si vede i pregiudizi sul Mezzogiorno non
sono molto cambiati nel corso del secolo che è trascorso !
La Ross
era venuta in Puglia a studiare la terra che era stata di Manfredi ultimo
discendente della famiglia della dinastia degli Hofhestaufen. Ma giunta in
Puglia non poté che costatarne la ricchezza naturale e culturale.
La terra
di Puglia si mostrò alla raffinata
viaggiatrice come terra di grandi e straordinarie contraddizioni, la ricchezza
della sua storia, la rigogliosità della sua natura, ma anche l’asprezza di una
terra nella quale l’antica civilizzazione si saldava con il permanere di
antichi e spaventosi costumi e superstizioni, una terra abitata da un popolo
ospitale e gentile e da feroci briganti che infestavano i boschi dell’odierna Statte.
Dedica ben due capitoli del suo libro alla gravina Leucaspide e ai contadini
della zona e resta impressa nella memoria del lettore, la perspicace e
minuziosa descrizione della luminosità e dei profumi. Quei profumi di olivo e
carrubo, si assaporano ancora, e l’alone lucente della luna che si riflette sul
mare anche nelle più lunghe nottate invernali, pare ancora avvolga in
un’atmosfera magica e surreale.
La
gravina, su cui si affaccia la splendida masseria che conserva ancora il giardino inglese e il
convento delle clarisse, gli alloggi dei contadini, e la villa, si insinua come
un serpente, in uno dei punti più suggestivi e ricchi della Murgia. E’ una
frattura carsica che si trova ad ovest del centro abitato e nasce dalla
confluenza di due gravinole minori: l’Amastuola e Triglio, si estende per circa
sei chilometri e prende il nome di gravina di Accetta nel tratto superiore,
Leucaspide, nel corso medio e Gennarini in quello inferiore.
Nel tratto
medio, si trova il Dolmen di
Leucaspide, scoperto e scavato dal prof.
Viola nel 1884 e descritto dal Mosso ne “ Le origini della Civiltà
mediterranea”.
Ma quale
significato doveva essere attribuito a questa antica e misteriosa struttura?
Ancora oggi non è del tutto spiegata la funzione di questi monumenti megalitici. Quello di
Leucaspide fu sicuramente una tomba, come scrive la stessa Ross, ma il loro mistero più recondito non è ancora del tutto spiegato, per cui la
fantasia popolare, o più propriamente
quella degli autori di formazione
romantica, che per primi la studiarono, ha finito con l’attribuirgli funzioni
assai distanti dalla realtà e dal tempo
di edificazione.
Il dolmen di Leucaspide, o di san Giovanni
venne indicato anche come “Tavola dei paladini”, nome attribuito anche ad altri
dolmen pugliesi e persino, con qualche variazione, al tempio magno greco
di Metaponto, a sottolineare la sovrapposizione di una mitologia medievale, più
consona alla cultura di un viaggiatore nord europeo, ad un passato più arcaico
e meno conosciuto.(4)
Ulteriori
reperti neolitici furono rinvenuti all’inizio del secolo presso il sito
denominato “piazza del lupo”, alle pendici del Monte Sant’Angelo, il punto più
elevato di Statte.
Ma fu probabilmente in epoca greco-romana che il territorio di Statte assunse grande
importanza, lo stesso toponimo Statte, come quello di Crispiano e Massafra
derivano secondo una delle versioni più accreditate, dalla presenza in epoca
romana imperiale di Villae Rusticae,
vere unità autonome di produzione agricola e ricavano il nome da quello delle
famiglie proprietarie dell’epoca.
Anche in
epoca romana, l’elemento fondamentale
che motiva l’insediamento umano in questi territori è la ricchezza delle fonti
di approvvigionamento idrico, a quell’epoca, probabilmente, avvenne
l’imbrigliamento delle acque del Triglio. Quest’acquedotto è una delle maggiori
testimonianze della sapienza idraulica dei romani. Da cinque piccole sorgenti,
l’acqua veniva raccolta in un sistema di cisterne e di condotti, scavati nella
roccia, per oltre otto chilometri, dotati di pozzi di areazione. L’ultimo
tratto emergeva e si sviluppava per
circa sei chilometri su archi romani, giungendo fino a Taranto.
Lo stesso
nome Statte viene fatto risalire a questo:
probabilmente deriva dal latino Statio ed allude alla primitiva funzione
del sito di luogo di sosta.
Per molti
secoli l’acqua proveniente dal Triglio ha costituto una fondamentale risorsa
idrica della vicina città. Essa alimentava la fontana dell’omonima piazza del
capoluogo ed è rimasta in funzione sino al 1828, qui giungeva gorgogliando
con un rumore di tamburi che hanno dato il nome ad un quartiere della città.
Anche il
periodo magno greco ha lasciato la sua traccia nei toponimi: la gravina ha
certamente acquisito il proprio nome in epoca magno greca: Leucaspide, ossia
bianchi scudi. A cosa allude questo termine? Tradizioni e leggende hanno
costruito varie possibili risposte : che vanno dalla conformazione delle rocce
a scudi appunto, alla presenza di guarnigioni armate di grandi scudi, sino ad un leggendario scontro tra romani e
tarantini che disseminò di cadaveri, e quindi di scudi la gravina .
Scrive la
Ross “ S‘andava a Leucaspide - il Paese
dei bianchi Scudi - dove vuolsi accampasse una falange di guerrieri chiamati
Leucaspidi, che combatterono sotto Pirro nella Battaglia d’Asculum “ (3)
Lo Storico tarantino Egidio Baffi nell’opera
pubblicata postuma “La Rocca Tarantina scrive:”.......(a) i Leucaspidi famosi cavalieri, tarentini cioè menzionati,
fra i tanti, da Polibio, Eliano, nonché da Suida, dall’Evans, dal Lorentz, ecc,
recentemente dal Pais e dallo Stano , il quale soggiunge che nell’ambiente
militare questa cavalleria esercitò una influenza mondiale, poiché essa servi
di modello a tutti i popoli Ellenistici. Resta il nome di Leucaspide ad una grande fattoria dell’agro tarentino .” (5)
In
un’altra versione il termine aspide non è tradotto come scudo, ma come
serpente.
L’Aspide è
infatti un serpente velenoso, una vipera o un cobra - famoso è quello che
Cleopatra utilizzò per darsi la morte - e qui si farebbe riferimento alla forma
della gravina, alla conformazione di alcuni suoi siti a testa di serpente.
Lo stato
delle conoscenze non consente di avventurarsi molto nel protendere per l’una o l’altra delle interpretazioni, scartando solo le più
fantasiose .
L’antichità
dei ritrovamenti e degli insediamenti umani non devono però far pensare ad un
filo continuo nella storia di Statte.
Assai probabilmente il sito fu più volte colonizzato ed abbandonato,
quasi sicuramente Statte seguì le sorti della città di Taranto delle sue
espansioni e delle sue crisi.
Il che fa intendere che lo stesso territorio
non fosse sempre egualmente abitato ed utilizzato. I documenti del periodo
romano testimoniano appunto della necessità più volte ripetutasi di ripopolare
le campagne e la stessa città, attraverso distribuzione di terre ai veterani o
a popolazioni d’altra origine.
Con le invasioni barbariche inoltre le città decadono, la popolazione diminuisce si creano
anche nelle campagne grandi zone di
spopolamento. La guerra greco gotica lunga e crudele sconvolge l’Italia, la
impoverisce la abbrutisce. Il territorio della nostra provincia, fu più volte
sconvolto dalla guerra . Taranto fu fortificata, assediata, poi persa e
riconquistata. La popolazione in parte si disperse ed è assai probabile che
grotte e boschi del territorio di Statte dessero ospitalità a numerosi
fuggiaschi. Di qualche decennio più tardo è l’insediamento dei monaci basilei
sfuggiti alle persecuzioni, monaci che affrescarono le grotte delle nostre gravine.
A questo periodo risalgono le Chiese rupestri
di Sant’Onofrio e di San Giuliano ( quest’ultima ai confini tra Statte e
Crispiano), nella quale è stata
rinvenuta una piccola croce metallica probabilmente risalente ad epoca
longobarda.
Neppure
nei secoli successivi l’occupazione da parte dell’uomo di questo territorio ha
avuto uno sviluppo continuo.
Nel
medioevo e fino ai giorni nostri, vi fu un feudo di Statte, passato attraverso
numerosi feudatari , per ultimi i Blasi (1730),
che sono da considerarsi i fondatori della Statte moderna. Essi infatti
provvidero al suo ripopolamento
richiamando nuovi abitanti dai
paesi vicini. La tradizione parla anche di un antico castello sul margine del
canale della zingara (non restano testimonianze della struttura), dove prima,
nelle grotte, si insediò un villaggio di
contadini e pastori. Il canale è una lama che taglia a metà il
centro del paese, è ancora oggi
abitato e conserva le caratteristiche grotte integre spesso utilizzate come
cantine o come insostituibile rimedio all’afa estiva.
Si leggono
ancora i numeri all’ingresso di numerose
grotte della gravina di Mazzaracchio, sottostante la Masseria Todisco. E’
tangibile l’estensione di una storia che giunge sino a noi.
Proprio
intorno alle gravine, ai canali, ai fossi, nelle naturali cavità delle grotte
carsiche, più che diffuse in questa terra, vissero le prime comunità umane.
Nelle numerose grotte vi sono tracce ancora evidenti di insediamenti dalla preistoria al medioevo. E in seguito,
proprio in prossimità delle fratture e
delle grotte, come a voler perseverare
l’origine di una civiltà, sorsero le masserie fortificate per difendere i
coloni dagli attacchi dei briganti.
Anche
questa volta vi è il tentativo di utilizzare al meglio le risorse idriche del
territorio, ma la sapienza idraulica dei romani è ormai persa, e mentre la
città continua ad usare l’acquedotto del Triglio, gli insediamenti rupestri e
le masserie si limitano ad usare le acque meteoriche raccolte nelle grandi cisterne.
Dolores
Palantoni e Vincenzo Mario Pennuzzi
NOTE
1. Pietro Parenzan “Il patrimonio speleologico pugliese e la sua
salvaguardia”
Comune di
Martina Franca - 1978
2. Janet Ross “ La Puglia nell’800” (la terra di
Manfredi) Capone editore - LE - 1997
3. Paolo Malagrinò “la Murgia del quaternario e
della civiltà dolmenica ”
in “Umanesimo della
Pietra” luglio 1988.
4. Egidio Baffi. “La Rocca Tarantina” ( Arx
Oebalia)
Società di Storia patria sezione di
Taranto quaderni 1992.
|